Ripetuti colpi alla testa e traumi anche lievi possono avere conseguenze a livello della sostanza bianca cerebrale e causare deficit cognitivi. Una valutazione neuropsicologica permette di evidenziare i casi che richiedono ulteriori approfondimenti diagnostici e un’eventuale terapia riabilitativa.

Quali conseguenze possono avere ripetuti colpi alla testa, anche se lievi, negli sport di contatto? Discipline come il rugby, l’hockey e le arti marziali (ma anche il calcio!) espongono l’atleta a frequenti impatti che coinvolgono il capo. Molto spesso, vengono presi in considerazione da un punto di vista clinico soltanto i traumi commotivi, che comportano una perdita di coscienza temporanea. Tuttavia, nella comunità scientifica c’è un consenso crescente sul fatto che ripetuti colpi alla testa, anche se lievi, possono avere conseguenze a lungo termine per la salute degli atleti. Uno studio recente [1] ha confrontato due gruppi di sportivi: 80 praticanti sport di contatto (football e hockey) e 79 praticanti sport senza contatto.

All’inizio e al termine della stagione agonistica, tutti gli atleti sono stati sottoposti a risonanza magnetica di diffusione (DTI, Diffusion Tensor Imaging), una tecnica di imaging cerebrale che permette di mappare la connettività strutturale della sostanza bianca (composta principalmente da assoni, le fibre che conducono i segnali nervosi), e a un test cognitivo, il California Verbal Learning Test II, che valutare l’apprendimento verbale. Durante tutta la stagione agonistica, gli atleti del primo gruppo (sport di contatto) hanno indossato caschi dotati di accelerometri in grado di registrare il numero e l’intensità degli impatti.

Lo studio non ha rilevato differenze macroscopiche tra i due gruppi. Tuttavia, è stata evidenziata una relazione significativa tra l’esposizione ripetuta ai colpi alla testa, cambiamenti strutturali a livello della sostanza bianca e prestazioni cognitive. Pur senza creare allarmismi, lo studio dimostra che i colpi alla testa negli sport di contatto possono provocare cambiamenti a livello cerebrale e influenzare le prestazioni cognitive dell’atleta, anche in assenza di traumi commotivi. Va inoltre evidenziato che lo studio ha preso in considerazione due sport che prevedono l’utilizzo di caschi protettivi e che le conseguenze degli impatti alla testa possono essere molto più serie senza la protezione del casco.

In caso di trauma cranico grave, la materia bianca cerebrale si distrugge, spappolandosi nell’impatto. Al contrario, in seguito a traumi lievi e moderati, le fibre della sostanza bianca tendono a diventare più strutturate [2]. Questo fenomeno appare causato da una risposta infiammatoria a cui partecipano le cellule gliali, che innescano processi di protezione da ulteriori lesioni e di riparazione dei danni. Questi processi auto-riparativi non sono del tutto compresi e non si sa con precisione quanto tempo richiedano. Una ricerca condotta in America su un gruppo di giocatori di football della terza divisione [3] ha evidenziato che la tradizionale pausa di sei mesi dall’attività agonistica può non essere sufficiente per un completo recupero. Il quadro è ancora più allarmante se si considera che sono pochi gli atleti che rimangono a riposo durante l’intero periodo di off-season. Molti atleti infatti continuano ad allenarsi per prepararsi alla stagione successiva.

Struttura della sostanza bianca del cervello umano.

Da questi studi emerge chiaramente l’importanza di prendere inconsiderazione non solo i traumi commotivi, ma anche gli impatti di minore entità, ripetuti nel corso di una stagione agonistica. Ovviamente, non è possibile sottoporre tutti gli atleti a risonanza magnetica all’inizio e al termine della stagione. Sarebbe invece auspicabile introdurre programmi di valutazione funzionale che possono mettere in luce l’insorgenza di lievi deficit cognitivi anche in assenza di danni cerebrali permanenti. Recentemente, è stato infatti dimostrato che i cambiamenti cerebrali evidenziati tramite diagnostica per immagini sono fortemente correlati con specifici test cognitivi [2]. Una valutazione neuropsicologica permette di valutare in modo esauriente lo stato cognitivo dell’atleta, permettendo di evidenziare i casi che richiedono un ulteriore approfondimento diagnostico ed una eventuale terapia riabilitativa.


Bibliografia
[1] McAllister TW, Ford JC, Flashman LA, et al. Effect of head impacts on diffusivity measures in a cohort of collegiate contact sport athletes . Neurology , 2013, doi: 10.1212/01.wnl.0000438220.16190.42.
[2] Croall ID, Cowie CJA, He J, et al. White matter correlates of cognitive dysfunction after mild traumatic brain injury. Neurology, 2014, doi: 10.1212/WNL.0000000000000666.
[3] Bazarian JJ, Zhu T, Zhong J, et al. Persistent, Long-term Cerebral White Matter Changes after Sports-Related Repetitive Head Impacts. PLoS ONE, 2014, doi: 10.1371/journal.pone.0094734.
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