Innumerevoli fattori concorrono a determinare la differenza tra i risultati di due atleti. Tuttavia, all’aumentare del livello atletico le differenze fisiche e tecniche si assottigliano e le competenze “soft” diventano fondamentali. Una ricerca del 2015 mostra la relazione tra le abilità di autoregolazione e la posizione nella classifica mondiale di un atleta d’élite.

Un atleta professionista è sottoposto a numerose pressioni, molte delle quali nascono dalle aspettative dell’atleta stesso e dell’ambiente esterno (allenatore, famiglia, manager, tifosi). Lo stress e l’ansia legati alla competizione possono avere un effetto importante non soltanto sul piano emotivo – generando agitazione, irrequietezza, paura o insicurezza – ma anche a livello cognitivo (limitando le risorse attentive) e motorio (riducendo la coordinazione) e soprattutto sulla qualità della prestazione sportiva.

In queste situazioni di forte stress, si osserva spesso una specifica risposta fisiologica: la frequenza cardiaca, quella respiratoria, la conduttività della pelle e la tensione muscolare aumentano, mentre la temperatura periferica si riduce. Tale risposta ha ovviamente un effetto sulla qualità della prestazione: un certo grado di attivazione è necessario per essere operativi e vigili, mentre un’attivazione eccessiva può “sabotare” la performance dell’atleta. L’insieme delle capacità di gestire le pressioni e l’ansia legati alla competizione è definita abilità di autoregolazione.

Una ricerca pubblicata nel 2015 sulla rivista Biofeedback ha indagato la relazione tra la capacità di autoregolazione di atleti professionisti e la prestazione sportiva, valutando la loro posizione nella classifica mondiale. Il profilo psicofisiologico di 15 atleti d’élite è stato misurato rilevando i loro indici fisiologici (respiro, battito, tensione muscolare, ecc.) in condizioni di riposo e di stress.

I ricercatori hanno osservato quanto l’atleta riuscisse a ritornare ai valori di base una volta terminata l’esposizione allo stress. Sommando i diversi punteggi, è stato osservato che punteggi maggiori di recupero corrispondevano ad una migliore posizione nel ranking mondiale e che tale risultato era influenzato in gran parte (ben il 75%) proprio dalle abilità di autoregolazione.

La capacità di autoregolazione può essere allenata grazie al Biofeedback, una procedura che favorisce l’autoregolazione grazie a strumenti molto precisi che misurano e mostrano in tempo reale i propri segnali. Grazie alla possibilità di visualizzare le proprie risposte fisiologiche, un atleta impara a controllarle volontariamente e ad utilizzare questa regolazione anche durante le competizioni. Sarebbe quindi auspicabile che all’interno dei programmi di preparazione atletica fossero inseriti anche training di Biofeedback, riducendo il gap tra il potenziale dell’atleta ed il risultato della sua prestazione sportiva.

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